[re]visioni

Howard Roark scoppiò a ridere.

Stava eretto, nudo, in cima ad uno scoglio. Il lago giaceva a grande profondità sotto di lui. Un’esplosione di granito lanciò spruzzi d’acqua e schegge di pietra fino al cielo, sopra lo specchio immobile delle acque, non increspate neppure dalla più lieve bava di vento. La pietra scintillava luccicante, bagnata dai raggi del sole. E il lago al di sotto sembrava un anello sottile di acciaio, che tagliava a metà le rocce, precipitanti fin nel fondo, immote. Si sarebbe detto che nascessero dal cielo e nel cielo finissero; e il mondo sembrava sospeso nello spazio, un’isola ondeggiante sul nulla, ancorata ai piedi dell’uomo.
Il corpo di lui si stagliava netto contro il cielo. Era un corpo lungo, agile, nervoso, che pareva composto tutto di spigoli, di angoli, di linee rette, spezzate. Stava immoto, in posizione rigida, con le braccia pendenti lungo i fianchi, le palme in fuori. Teneva le spalle aperte, il collo appena proteso in avanti. E sentiva il sangue che gli pulsava nelle falangi, il vento che gli sfiorava la curva delle reni e faceva ondeggiare i suoi capelli. Strani capelli, di un colore singolare: non erano nè biondi nè rossi, ma avevano l’esatto colore bruciato e ardente che ha la scorza dell’arancio quando è maturo. Sorrise al ricordo di quanto gli era capitato quel mattino e alle cose che gli stavano ora dinanzi. Sapeva che i giorni futuri sarebbero stati densi di avvenimenti. Sarebbe stato necessario far fronte a molti problemi e preparare un piano di azione. Sapeva che avrebbe dovuto pensarci. Ma sapeva anche che non ci avrebbe pensato, perchè tutto era già chiarito, preciso, netto, nella sua mente e il piano di azione era già stato elavorato da tempo dal suo subcosciente. Per questo aveva voglia di ridere. Provò a riflettere. Ma si stancò subito. Prese a fissare intento le rocce di granito intorno a sè. Il suo viso era serio, ora, così statico, così solenne nella sua immobilità che faceva pensare agli elementi, alle leggi della natura, a una maschera di pietra che non si poteva nè interrogare nè alterare. Gli zigomi di quel viso erano alti e sporgenti sopra le guance magre e infossate. Gli occhi erano grigi, freddi, metallici, severi; e la bocca era sprezzante, dura, serrata, sdegnosa, volitiva: era la bocca di un carnefice, di un inquisitore, o di un santo. Fissando il granito, si disse che doveva essere trasformato in mura. Guardò un albero. Sarebbe stato segato e trasformato in travi. Fissò un filo sottile di ruggine che dorava, serpeggiando, la pietra, e pensò al minerale di ferro che giaceva nel sottosuolo. Sarebbe stato fuso, e trasformato in sbarre si sarebbe eretto fieramente contro il cielo.

Queste rocce sono qui per me: sono in attesa della dinamite, della perforatrice, e della mia voce che griderà degli ordini. E gli alberi attendono di essere segati, tagliati, piallati; attendono di assumere la forma che daranno loro le mie mani.

Ayn Rand – The Fountainhead

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